Riprendiamo – con maggior respiro qui su Gente e Territorio – la proposta di andare avanti con coraggio verso la costruzione di un primo nucleo di federalismo europeo, con un proprio governo e un proprio organo legislativo.
Le due (piccole) potenze nucleari europee si stanno mettendo d’accordo per inviare un contingente di “rassicurazione” in Ucraina, “lontano dal fronte”, una volta che sarà definito il cessate il fuoco. Nel frattempo Putin vorrebbe mettere Kiev in amministrazione controllata “sotto” le Nazioni Unite (come?); la Commissaria Europea per la “gestione delle crisi” (qualcuno sapeva che esistesse?) mostra allegramente la “borsa della sopravvivenza” (72 ore, si intende!); e sul RE-ARM UE – lodevole iniziativa, purtroppo orientata solo sugli aspetti tecnico/militari – si discute guardando ai bilanci e ai ritorni per le industrie nazionali.
Il Ministro della Difesa Crosetto ha dimostrato coerenza e pragmatismo, dando finalmente un senso e una prospettiva al rito bizantino della tradizionale “presentazione alle Camere delle missioni internazionali”, spiegando con estrema chiarezza la posizione del Governo (speriamo, visti alcuni compagni di viaggio…) circa l’invio di un contingente nazionale in Ucraina: “Calma e gesso! Cessino le bombe e vengano definite le condizioni al contorno” per l’invio di una forza di pace o di interposizione o di rassicurazione comunque la si voglia definire.
Non ha parlato di NATO, giustamente; né di ONU, perché se ne ha parlato Putin la cosa puzza; né di UE (e questo è in linea con il concetto del RE-ARM: armiamoci ma ognuno difende sé stesso in modo “concertato” – male, diciamo noi); ma una cosa l’ha detta: “l’Europa deve parlare con una sola voce”. BZ (ben fatto!) diciamo in Marina!
La PAX TRUMPIANA tarda a venire, un asintoto tendente all’indefinito e la Russia di Putin (speriamo ne esista anche un’altra) preme, bombarda, intensifica le operazioni militari per guadagnare terreno e peso nelle (future?) trattative, mentre l’America di Trump (speriamo ce ne sia ancora un’altra e questa speranza è un po’ più concreta della precedente) si interroga su Signalgate e scrambled eggs.
E l’Europa? Sembra presa da un’incontrollata frenesia di iniziative (o forse solo dichiarazioni) estemporanee e prive di un benché minimo disegno strategico che guardi al di là del contingente. Trump e Putin hanno tolto il velo che ammantava la nostra effimera sicurezza da “parassiti” degli USA (termine offensivo e non condivisibile, ma è certo che eravamo convinti di custodire, con gli Americani, una dote di valori “occidentali” rivelatasi palesemente meno solida del previsto). Il rude risveglio non ci ha portato a ragionare con lucidità, anzi sembra quasi aver attivato una sindrome parossistica, simile a quella della massaia che si accorge improvvisamente di una casa in completo disordine e non sa da dove cominciare.
Per prima cosa occorrerebbe un esame di coscienza, senza dare troppo peso alle dichiarazioni di questo o di quello, senza prendersela con Putin o con Trump a seconda del momento, mettendo invece in piena luce i nostri valori così come i nostri disvalori. I primi (e ne abbiamo a bizzeffe) per metterli con consapevole orgoglio a comune denominatore della nostra identità, i secondi per circoscriverli e limitarne i danni, soprattutto a favore delle giovani generazioni. Si assiste, invece, almeno qui da noi, a sterili e strumentali polemiche su “Ventotene” e su dichiarazioni fatte su misura per il proprio (presunto) elettorato. Siamo alle solite “politiche just in time” ripiegate sull’elettorato, sulle indagini di mercato in un frangente che richiederebbe leadership e visione ispirata. Né emergono leadership EUROPEE capaci di guidare e di farsi seguire piuttosto che assecondare gli umori del momento.
A peggiorare il tutto c’è un evidente impoverimento culturale a tutti i livelli, il buonsenso e l’onestà intellettuale sono sopraffatti dall’istinto e dal conformismo delle opinioni precostituite che svolazzano felici sui social. Di chi la colpa? Non di Trump, né di Putin, ma nostra. Edonistici rampolli del benessere e del quieto vivere, del voltare le spalle, del chiudere un occhio, del farsi furbi, irrimediabilmente contagiati dalla propaganda falsamente pacifista. Che veniva dall’Est ai tempi della guerra fredda così come oggi.
Stando così le cose forse hanno ragione gli USA a vederci come approfittatori? No, perché dovremmo spiegare loro, senza troppa diplomazia, che il nostro contributo alla NATO (per esempio) non si misura col metro del piccolo imprenditore di provincia in termini di bilancio e dare/avere. Si misura da statisti seri, valutando l’importanza del legame transatlantico e come, in tutte le missioni NATO, noi europei siamo stati al fianco degli USA, condividendo morti e sangue versato, e quanto abbiamo reciprocamente imparato gli uni dagli altri, in un rapporto che non è mai a senso unico, esattamente come l’equipaggio di una nave. Certo, loro ci hanno messo più soldi e mezzi, ma da noi europei hanno imparato a stare meglio al mondo e nel mondo.
E proprio per cercare di spingersi oltre l’orizzonte torniamo a meditare sull’idea di un nocciolo duro di un federalismo europeo, inizialmente basato su poche nazioni della “old Europe” che oggi nessuno sembra voler prendere neppure in considerazione.
Eppure sarebbe una prima risposta forte alle sfide future, guerra in Ucraina o meno. Ma che problemi darebbe uno stato federale inizialmente composto da pochi “volenterosi”? Un parlamento e un governo federali, cui delegare la vecchia e ritrita PESD (Politica Estera di Sicurezza e Difesa), la cooperazione industriale, la ricerca e sviluppo. L’UE conserverebbe inalterate le proprie competenze inglobando, con voce unitaria, anche lo Stato Federale. Gli stati membri UE manterrebbero la loro autonomia in tutti gli altri settori, dal Welfare, alla sanità, alle infrastrutture ecc.
I vantaggi sarebbero innegabili e si potrebbe avviare rapidamente (anche grazie a 80 anni di NATO) una solida integrazione militare e del relativo comparto industriale (OCCAR esiste e funziona bene sotto il profilo tecnico quando dietro c’è volontà politica); oltre a disporre di un governo capace di gestire unitariamente le crisi, anche a favore dei non federati. Ulteriore vantaggio sarebbe di responsabilizzare e meglio valutare l’operato dei governi nazionali sugli argomenti che più interessano gli elettori, non potendo più nascondersi dietro il dito delle risposte alle crisi e della sicurezza internazionale. Si teme di spaccare l’Unione Europea? Ma non è già spaccata, anzi frammentata con sfumature più o meno evidenti? E non potrebbe invece proprio questo nucleo iniziale agire da catalizzatore per un progressivo allargamento in senso federale? Si teme che metta in discussione la NATO? Ma non sarebbe invece un rafforzamento del “pilastro europeo”, auspicato da tutte le amministrazioni USA? E poi, in fondo, non sarebbero forse affari nostri?
Un sogno che guarda lontano, molto al di là della possibile tregua o pace in Ucraina. Ma non erano forse dei sognatori i De Gasperi, gli Adenauer, gli esuli di Ventotene, che durante e subito dopo una terribile guerra europea sognarono (ognuno a modo suo, calato nella realtà del momento) e poi diedero corpo a quello che oggi siamo? Anche lo stesso De Gaulle, che certamente non amava un’Europa com’è oggi ma ne aveva una visione (absit iniuria verbis) “napoleonica”, ha dato corpo alla Force de Frappe cui oggi tutti noi agogniamo.
La prima qualità necessaria per affrontare credibilmente le molte sfide che il fosco orizzonte di questo secolo fa paventare crediamo sia una sola, già molto nominata ma ancora non seriamente affrontata: RESILIENZA. La seconda qualità per tenere lontane le minacce si chiama DETERRENZA, diretta conseguenza della prima.
Resilienza militare, significa non solo nuovi e strabilianti sistemi d’arma, ma logistica, capacità di sostenere operazioni prolungate, tenuta morale e fisica e determinazione del personale (gli inglesi la definiscono stamina), unicità di comando e rapidità decisionale. Resilienza civile, cioè comprensione e condivisione dei problemi legati alla sicurezza, consapevolezza dei sacrifici che potrebbero essere affrontati, coesione e solidarietà sociale nei momenti difficili, capacità di gestire le crisi, per esempio resilienza sanitaria ai disastri naturali o pandemici, come ci ha drammaticamente dimostrato il COVID (altro che quell’inquietante borsetta della sopravvivenza!). E infine, prima di tutto e soprattutto, resilienza politica, la volontà di costruire il presente e di sognare il futuro, ovvero reale volontà di dare sostanza e forza a questo meraviglioso continente passando sopra gli interessi di parte, costruendo con la lungimiranza e il coraggio dei nostri padri fondatori una Europa politicamente forte, consapevole, rispettata se non temuta, nuovamente capace di dare al mondo anche la sua impronta.