Come era stato anticipato in precedenza, il primo zar a prendere atto dell’arretratezza sociale ed economica del paese fu Alessandro II, figlio di Nicola I.
La consapevolezza dell’imperatore fu però successiva alla coscienza populista della condizione sociale del paese. Intorno agli anni ’60/’70 dell’Ottocento, infatti, prese forma il Populismo russo, in lingua originale “nardonicestvo” ossia “volontà del popolo”. All’epoca non si trattava effettivamente di un partito quanto piuttosto di un movimento di pensiero politico ed intellettuale assimilabile al “socialismo utopico”, fortemente influenzato dal marxismo. In particolare, il movimento riconosceva il ruolo centrale dei contadini per la società dell’impero e in più occasioni tentò di istruire tale classe per renderla cosciente del proprio potenziale; le comunità contadine però, intimorite dalle possibili reazioni delle autorità centrali, denunciarono gli esponenti del movimento.
Alessandro II è ricordato, ed elogiato dalla storiografia postuma, per le rivoluzionarie e innovative riforme, tanto da far definire il suo regno “il periodo delle Grandi Riforme”. Le disposizioni dello zar possono raggrupparsi in cinque manifesti, che riguardavano la condizione di servaggio della gleba, la giustizia, le amministrazioni locali, la leva militare e l’istruzione.
Partendo dalla più importante e progressista, nel 1861 venne pubblicato il Manifesto di Emancipazione che aboliva definitivamente la servitù della gleba. Per procedere alla riforma, lo zar prese in considerazione due opzioni che avrebbero
dovuto migliorare la condizione dei contadini e allo stesso tempo salvaguardare gli interessi della nobiltà. La prima possibilità era quella di liberare i contadini senza terra; questa era fortemente sostenuta dalla nobiltà baltica, la più imprenditoriale dell’impero, che mirava a trasformare i contadini in manodopera. Questa modalità fu però considerata
eccessivamente rivoluzionaria dallo zar, perché sott’intendeva il concetto di proprietà privata che non era diffuso nella cultura slava, che al contrario intendeva la terra come proprietà di Dio (è interessante notare come nella lingua russa, infatti, il verbo “avere” con il significato di “possesso” non esiste, e per esprimerlo si usa la costruzione “presso di me c’è…”). L’opzione che invece venne accolta fu quella di liberare i contadini con la terra, in termini di co-possesso con i nobili.
Quindi, l’uso della terra era ceduto ai contadini, ma il dominio restava ai signori che erano risarciti per la loro “perdita” attraverso una tassazione del 6% in 49 anni (tassa di riscatto) saldata dai contadini con l’aiuto di garanzie statali.
Migliorando le condizioni di vita di gran parte della popolazione (i contadini costituivano circa il 90% della popolazione dell’impero) si registrò un’importante crescita demografica che paradossalmente generò un peggioramento della condizione degli agricoltori, aumentando il numero contadini ma non la quantità di terra a disposizione. Si parlava infatti di “fame di terra”. Per comprendere la storia russa, soprattutto nelle sue fasi successive, è bene fare una breve panoramica dell’organizzazione sociale dei contadini. Questi erano organizzati in una grande comunità che fungeva da perno della stabilità sociale basandosi sul principio di solidarietà. L’Obscina, infatti, rispondeva collettivamente alle responsabilità fiscali e ridistribuiva le terre periodicamente per garantire a tutti di arricchirsi in appezzamenti più fertili, impedendo però ai membri il trasferimento in altri luoghi dell’impero perché obbligati nei confronti della comunità.
Nel 1863 fu introdotta la riforma delle università, che garantiva maggiore autonomia ai programmi dei professori, un ampliamento dell’accesso degli studenti e la fondazione di nuove strutture.
L’altra grande riforma di Alessandro II risale al 1864 e riguarda le amministrazioni locali e rurali. Queste furono organizzate in Ziemstva, consigli elettivi formati da rappresentanti di tutte le classi sociali, impegnati nella gestione del benessere e della vivibilità del luogo. Vennero istituiti 34 Ziemstva per ogni provincia, ad eccezione di quelle più periferiche e rivoltose dove un organismo di autogoverno avrebbe potuto causare problemi all’integrità territoriale dell’impero.
A seguire la riforma delle amministrazioni fu quella giudiziaria, emanata nello stesso anno. Nel 1864 fu introdotto per la prima volta in Russia lo stato di diritto, con l’istituzione di tribunali e norme che prevedevano un dibattito e il diritto dell’imputato alla difesa. Da questo meccanismo erano però esclusi i contadini, i quali rimanevano sottoposti ai
tribunali consuetudinari.
Infine, nel 1874 ebbe luogo la riforma della leva; questa venne resa obbligatoria per 6 anni, a discapito dei 25 precedenti che riguardavano però solo parte della popolazione scelta per sorteggio. A tal proposito è indicativo l’anno della riforma militare; quattro anni prima, infatti, nel 1870 si assiste alla nascita del Secondo Reich con l’unificazione della Germania.
La fine è sempre simile all’inizio e perciò è bene ricordare il movimento populista russo di cui si è parlato pocanzi; alcuni membri dell’organizzazione, infatti, appartenenti ad una ala terroristica furono autori dell’assassinio dello zar nel marzo
del 1881, al fine di risvegliare le masse e renderle attive sulla scena politica. Sfortunatamente, come si vedrà prossimamente, l’unica reazione che si ottenne fu un irrigidimento e l’inaugurazione di misure repressive adottate da Alessandro III, figlio del precedente zar.