È l’inizio folgorante di uno dei racconti più famosi di Lev Nikolaevič Tolstoj, che ha offerto spunti di riflessione a più generazioni di scrittori e filosofi del secolo scorso: da Rainer Maria Rilke a Philip Roth, da Vladimir Nabokov a Pier Paolo Pasolini, da Martin Heidegger a Jacques Derrida. Pubblicato nel 1886, quando il grande scrittore russo si è da tempo ritirato nella tenuta di Jàsnaja Poljana a scrivere i suoi capolavori, “La morte di Ivan Il’ič” è la storia della vita di un un personaggio mediocre, un borghese di buona famiglia, magistrato di discreta intelligenza che scopre di essere affetto da una malattia mortale. La vicenda umana di Ivan Il’ič si dipana dal secondo capitolo, ma il vero soggetto del racconto è la morte, che diventa “più che mai… presenza, interlocutore, addirittura potenza evocatrice di una nuova realtà”. “Un uomo vive, si ammala e muore. Accade la cosa più normale e la più terribile, e Tolstoj mette in forte risalto che la cosa più normale è proprio quella più terribile e insensata” (Michail Bachtin).
«Nel grande edificio del palazzo di giustizia, durante la sospensione dell’udienza al processo Mel’vinskij, i giudici e il pubblico ministero s’erano raccolti nel gabinetto di Ivan Egorovič Šebek e stavano parlando del famoso affare Krasovskij. Fëdor Vasil’evič s’affannava a sostenere l’incompetenza, Ivan Egorovič non si lasciava convincere, e Pëtr Ivanovič, che non era entrato nel discorso da principio, non vi prendeva parte e scorreva la “Gazzetta di Pietroburgo” appena arrivata. “Signori!” disse a un tratto “Ivan Il’ič è morto”. “Davvero?”. “Ecco, leggete” disse lui a Fëdor Vasil’evič, porgendogli il giornale fresco e ancora odorante di stampa. Entro una fascia nera era scritto: “Praskov’ja Fëdorovna Golovina annuncia con profondo cordoglio ai parenti e agli amici la morte del suo adorato sposo Ivan Il’ič Golovin, consigliere di Corte d’Appello, seguita il 4 febbraio di quest’anno 1882. Il trasporto avrà luogo venerdì alle ore 1 pomeridiane”. Ivan Il’ič era collega dei signori lì raccolti, e tutti lo amavano. Era ammalato già da parecchie settimane; dicevano che la sua malattia fosse incurabile. Il posto gli era rimasto, ma si calcolava che in caso di sua morte potesse in suo luogo esser nominato Alekseev, e al posto d’Alekseev Vinnikov o Štabel’. Sicché, udendo della morte di Ivan Il’ic, il primo pensiero di ciascuno dei signori lì riuniti fu di come poteva influire quella morte sul trasferimento o la promozione di loro stessi o dei loro amici. ‘Ora certamente avrò il posto di Štabel’ o di Vinnikov’ pensò Fëdor Vasil’evič. ‘Me l’hanno promesso da tanto tempo, e questa promozione mi significa 800 rubli d’aumento, senza contare l’indennità di servizio’. ‘Ora posso chiedere il trasferimento di mio cognato da Kaluga’ pensò Pëtr Ivanovič. ‘Mia moglie sarà contentissima. Né si potrà più dire che non ho mai fatto nulla per i suoi parenti’. “Lo pensavo che non si sarebbe ripreso” disse Pëtr Ivanovič ad alta voce. “Mi dispiace”. “Ma che aveva di preciso?”. “I medici non l’hanno saputo dire. O meglio, l’hanno detto, ma ognuno ha detto la sua. Quando l’ho visto l’ultima volta m’è sembrato che si sarebbe rifatto”. “E io che non sono più stato da lui dopo le feste! Volevo sempre andarci, ma…”. “Di famiglia stava bene?”. “Credo che la moglie abbia qualcosa. Ma pochissimo, una sciocchezza”. “Già, bisogna andarci. Stanno tanto lontano…”. “Ossia lontano da casa vostra. Da casa vostra tutto è lontano”. “Eccolo che non mi perdona di abitare al di là del fiume” disse Pëtr Ivanovič accennando a Šebek con un sorriso. E cominciarono a parlare delle distanze nella città, quindi ripresero l’udienza. Oltre alle riflessioni da quella morte suggerite a ciascuno sui trasferimenti e gli eventuali cambiamenti nel servizio che ne potevano derivare, la morte stessa d’un prossimo conoscente richiamava, in quanti ne erano informati, come sempre un senso di soddisfazione che fosse toccata a lui e non a loro. ‘Lui è morto, mentre io sono vivo’ pensava o sentiva ciascuno. I conoscenti più intimi poi, i cosiddetti amici di Ivan Il’ič, pensavano anche senza volere che adesso sarebbe loro toccato adempiere a noiosi obblighi di convenienza, andare al servizio funebre e dalla vedova in visita di condoglianze.»
Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič (trad. Tommaso Landolfi).