A Elia Taddeo, Sostituto procuratore generale di Salerno, che ha rimarcato come sulla riforma della giustizia è mancato un previo confronto tra la Giunta dell’ANM e il Governo, il Ministro Nordio ha ribattuto che la parte politica non si è mai negata al dialogo con la magistratura, ma la risposta di quest’ultima è stata sempre e solo: “Niet, niet, niet!”
Il convegno di ieri nell’aula magna della Corte di Appello di Salerno, promosso dal neo Presidente della locale Camera Penale, avv. Michele Sarno, e moderato dal direttore de Il Tempo e già deputato Pd, Tommaso Cerno, con la partecipazione del Vice Ministro Edmondo Cirielli e del Ministro Carlo Nordio, è stato di alto spessore. Culturale e politico insieme. E proprio il livello alto del dialogo, già dalle prime battute, faceva venire in mente alla numerosa sala il rammarico esplicitato da Taddeo: “Ah, se ci fossimo parlati prima!”
Fatto sta che Governo e Magistratura non si sono confrontati prima. Piuttosto c’è stato il muro contro muro ed ora l’Italia – non una o un’altra parte politica – ma lo Stato italiano in sé, corre un rischio enorme. Andiamo con ordine.
Gli argomenti dei magistrati (Rosa Volpe, Proc. Capo della Corte di Appello; Giuseppe Borrelli, Procuratore Capo presso il Tribunale di SA; Elia Taddeo, Sost. Proc. Gen.; e Maria Zambrano, tra i promotori del polemico abbandono dell’aula dei togati in segno di protesta nel giorno del’inaugurazione dell’anno giudiziario) si possono riassumere in tre concetti:
- Di per sé la riforma era inutile in quanto la separazione delle carriere è di fatto già in essere (solo lo 0,2% dei togati ha finora chiesto il passaggio dalla funzione inquirente a quella giudicante e viceversa, potendolo fare una sola volta nella vita, peraltro con l’obbligo di cambiare sede giurisdizionale); se quindi l’avete fatta – rivolto al Governo – è per il suo valore simbolico, cioè per dare uno schiaffo alla magistratura.
- Sono ben altri i problemi, carenza di organico, tempi biblici, etc.
- Il reiterarsi da fine secolo ad oggi di riforme dell’assetto della giustizia italiana sta portando alla frammentazione delle procedure e mettendo in gravi difficoltà gli operatori del settore; non sarebbe stata preferibile una pausa di riflessione?
I rappresentanti dell’Avvocatura, a cominciare dallo stesso anfitrione Michele Sarno, con Beniamino Migliucci , Presidente della Fondazione delle Camere Penali Italiane, e Alberto Toriello, Presidente del Consiglio dell’Ordine, da quest’ultimo solo il saluto istituzionale, hanno viceversa difeso la norma in itinere legislativo, insistendo sull’esigenza di garantire l’assoluta imparzialità del giudice tra accusa e difesa. Se l’accusa, il piemme, sotto il profilo disciplinare e della carriera è valutato e controllato da un controllore che appartiene al suo stesso ordine e magari gli è debitore del voto nelle elezioni degli organi di autogoverno – Palamara docet – tale terzietà è quanto meno dubbia, o dubitabile. Innanzitutto dal cittadino imputato.
Nessuno in sala ha obiettato che la Riforma Nordio è incostituzionale, ma il V. Ministro Cirielli ha voluto ugualmente rispondere a questa contestazione, tanto presente sui media: “Qualcuno si è accorto che l’iter legislativo in corso è quello dell’art. 138 Cost., che indica le modalità con cui si può riformare la Carta? Se stiamo portando avanti una riforma della Costituzione è evidente che siamo più che consapevoli che la nostra legge non sta nel suo attuale perimetro”.
Sullo schiaffo alla magistratura, cioè sul senso punitivo della riforma nei confronti del potere giudiziario che ‘fa politica’, hanno replicato sia Cirielli che Nordio, rassicurando che non ce n’è alcuna volontà né rischio oggettivo. “Siamo stati entrambi servitori dello Stato, prima che politici” – Cirielli carabiniere fratello di magistrato, Nordio per quaranta anni togato con onore – non ci sogniamo nemmeno di voler arrecare un vulnus ad un’alta istituzione qual è la magistratura. L’obiettivo è quello di completare il processo di adeguamento della Costituzione al nuovo codice penale e di procedura penale post riforma Vassallo di fine secolo e di conformare il nostro assetto giudiziario alle maggiori democrazie del mondo”.
Fatto sta che la riforma si colloca nel contesto del conflitto tra politica e magistratura che sta attraversando e lacerando tutto l’Occidente, dagli USA alla Francia, a noi stessi. Inevitabile una sua lettura divisiva.
Quanto al benaltrismo i due ministri hanno puntualmente affrontato i temi locali (Cirielli) e quelli nazionali (Nordio): “La riforma non punta all’efficienza, ma a rendere la giustizia più giusta. Non c’entra nulla con l’efficientizzazione della giustizia. Su questa stiamo procedendo speditamente in via organizzativa e ordinamentale. Gli stessi organici, oggi carenti di milleduecento unità, saranno completati entro fine 2026”.
Infine sulla frammentazione delle procedure causate dall’eccessivo riformismo da Vassallo-Severino-Cartabia ad oggi, i due hanno ricordato come la riforma sia stata sottoposta prima al giudizio del popolo sovrano in campagna elettorale e come i cittadini abbiano liberamente dato mandato a chi la proponeva ad andare avanti.
Tutti, a cominciare dai membri del Governo, hanno riconosciuto che il dialogo è stato molto interessante, addirittura Nordio si è spinto ad ammettere che su alcune osservazioni lui è anche d’accordo.
Non sarebbe dunque il caso di fermare le bocce e di considerare l’opportunità di migliorare la legge? Non ce n’è più il tempo, Nordio è stato chiaro: “Stiamo parlando di una riforma costituzionale, per varare la quale occorre la doppia lettura, con i tempi che essa comporta. Se cambiassimo anche solo una virgola al testo dovremmo ripartire daccapo. Andremo avanti così, consapevoli che a valle della sua approvazione ci sarà il referendum. Attenzione – ha concluso – se diventa il campo di uno scontro frontale non tra diversi punti di vista, ma tra due istituzioni, Parlamento e Magistratura, sarà devastante per il Paese”.